programma oltreconfine 2024

leggi il programma completo del festival

gli ospiti
e gli appuntamenti

domenica 7 aprile · ORE 21,00
breno · cinema teatro giardino · viale 28 aprile

sigfrido
ranucci

la scelta

Modera Riccardo venchiarutti

Sigfrido Ranucci è uno di quegli uomini che coincidono in modo assoluto con il lavoro che si sono scelti. Insieme alla sua équipe di Report - programma televisivo amatissimo e odiato, uno dei baluardi del giornalismo d’inchiesta in Italia - ogni giorno si dedica a vagliare informazioni, collegare eventi, ascoltare voci per decidere come raccontare le notizie che qualcuno vorrebbe rimanessero sotto silenzio. La forza di Report è nella semplicità della scelta: offrire ai cittadini il romanzo crudo dei fatti attraverso un rigoroso lavoro di ricerca, anche quando la strada è irta di pericoli che toccano le vite personali dei giornalisti. Per la prima volta Ranucci racconta il cammino che lo ha condotto sin qui nel volume La Scelta (Bompiani): lo fa scegliendo alcune inchieste fondamentali di cui svela i retroscena, ma anche evocando figure – come suo padre, atleta e finanziere di grande carisma, e il suo maestro Roberto Morrione, fondatore di Rai News 24 – che hanno forgiato in lui la capacità di portare fino in fondo ogni scelta: perché fare giornalismo sul campo significa prendere decisioni che cambiano per sempre il corso delle cose, in senso intimo e collettivo. Da queste pagine emerge l’autoritratto coraggioso di un uomo che, nonostante la pressione costante della realtà nei suoi aspetti più duri, non cede al cinismo, non smette di chiedersi e di chiederci: “Qual è la scelta giusta?”. E di trovare ogni volta la risposta, per rispettare la promessa che lo lega a un pubblico che ha ancora a cuore la legalità e la giustizia sociale.

sabato 13 aprile · ore 21,00
bienno · chiesa di santa maria annunciata · via santa maria

vittorino
andreoli

la ricchezza della semplicità

Modera gabriele dadati

in collaborazione con:
Viviamo in un’epoca paradossale: più ci specializziamo, meno sappiamo fare. I nuovi percorsi di studio mirano a fornire competenze su settori fin troppo specifici, i lavori del futuro sembrano richiedere competenze profondissime e allo stesso tempo straordinariamente limitate. E così, giorno dopo giorno, perdiamo di vista sempre di più un saper fare universale, che richiede intelligenza, progettazione e, perché no, l’uso delle mani. Con il risultato che ci consegniamo inevitabilmente alla società dei consumi, da cui dobbiamo continuare a comprare, e ci sottraiamo alla società degli uomini, che è quella del costruire insieme. Vittorino Andreoli, psichiatra di fama mondiale, ha riflettuto a lungo su questi temi. E ha percorso a ritroso la storia dell’umanità fino a scoprire in che momento abbiamo davvero imparato a convivere, trovando nei muretti a secco - costruzioni umili, ma divenute Patrimonio Unesco - il simbolo di una sapienza creativa e di una socialità sana che oggi abbiamo disperatamente smarrito. Prima l’uomo era randagio, in continua lotta con la natura e con gli altri, poi su quel “fare con le mani”, antico e sempre nuovo, ha edificato la civiltà. Tenendo viva per secoli una capacità che è anche incontro, è vivere nel mondo. Nei tempi della smaterializzazione dell’esperienza e del distacco, della virtualità e del denaro come unico strumento di accesso al contesto, Vittorino Andreoli ci richiama alla nostra storia con lo sguardo lucido e la passione che contraddistinguono da sempre il suo percorso umano.

mercoledì 17 aprile · ore 21,00
costa volpino · cinema iride · via torrione

francesca
fialdini

Nella tana del coniglio
quando la lotta con il cibo diventa un'ossessione

Modera mario manca

Francesca Fialdini lavora in Rai dal 2005 come conduttrice e autrice, dedicandosi con particolare attenzione ad argomenti di attualità che hanno al centro le donne e i giovani: da cinque edizioni conduce su RaiTre Fame d’amore, programma pluripremiato dedicato al racconto di disturbi del comportamento alimentare e altre espressioni di disagio giovanile. Nel volume Nella tana del coniglio, quando la lotta con il cibo diventa un’ossessione (RaiLibri) Fialdini racconta sei incontri intimi, a cuore aperto, con persone affette da disturbi del comportamento alimentare: sei colloqui delicati e potenti in cui le parole acquistano un valore centrale per riflettere i motivi nascosti di un dolore che trasfigura il corpo ma inizia chissà dove. Martha, Benedetta, Marco, Giulia e Anna ci invitano a guardare cosa c’è dentro la tana in cui sono caduti mentre rincorrevano un mito, un ideale di perfezione, un bisogno d’amore, una visibilità. Come Alice inseguiva il coniglio bianco, così ciascuno di loro inseguiva con tenacia un desiderio, senza accorgersi che la corsa cieca lo stava risucchiando dentro un vortice di ossessioni, dentro un buco senza luce. L’intento di questo libro è portare a chiunque una riflessione sull’uso delle parole quando raccontiamo di anoressia, bulimia, binge eating e altre declinazioni dei disturbi del comportamento alimentare, consapevoli che le parole creano le nostre relazioni, propongono un’immagine di noi stessi e danno forma - come un gioco di specchi - alle nostre ansie e paure più profonde.

domenica 21 aprile · ore 21,00
borno · sala congressi · piazza caduti, 2

lidia
ravera

un giorno tutto questo sarà tuo

Modera alessandro beretta

Seymour ha quindici anni e ama definirsi un adolescente disturbato: niente social, non è bullizzato, non ha una squadra da tifare e neppure una ragazza da fotografare, insomma non esegue nessuna delle figure di danza previste per la sua età. La sua attività principale è spiare l’agitarsi del mondo adulto attorno a lui. La sua passione unica è scrivere, possibilmente senza diventare uno scrittore come l’ingombrante padre settantenne, “vanitoso, egocentrico e fasullo”, autore di successo e marito seriale. Quanto alle donne della sua vita, Anna, la prima delle ex mogli di Giovanni, è la preferita di Seymour, anche se potrebbe essere sua nonna. La seconda, Alison, è la madre biologica, e Seymour non la sopporta. La terza, un’ex tossica, è per lui un curioso modello di eterna adolescente. Mentre osserva i suoi adulti di riferimento, Seymour percepisce gli scricchiolii sinistri di un mondo che si va sgretolando, sia nel concreto alternarsi di siccità e tempesta sia nell’astratto degradarsi delle relazioni fra uomini e donne e di uomini e donne con il successo, il mito che ha soppiantato ogni altra credenza. Quando Giovanni, il vincente per eccellenza, sarà travolto da una tempesta di accuse infamanti, Seymour dovrà capire e spiegare, accusare e perdonare. In una parola: crescere. Ma che sapore ha l’umana avventura del diventare grandi in questo mondo minacciato e stanco? Che cosa si può lasciare a chi verrà dopo di noi? Dopo una fortunata serie di romanzi dedicati al terzo tempo, nel romanzo Un giorno tutto questo sarà tuo (Bompiani) Lidia Ravera ci spiazza assumendo la voce di un ragazzo: onesto fino alla crudeltà, feroce come gli innocenti, capace di intuire lo spirito del tempo e di trovare le parole giuste per evocarlo. E come di consueto Ravera ci fa innanzitutto sorridere, poi riflettere, e infine rabbrividire.

venerdì 3 maggio · ore 21,00
pian camuno · chiesa santa maria della rotonda · via castellazzi, 25

claudia
durastanti

Missitalia
storie dalla terra alla luna

Modera stefano malosso

Amalia è un’avventuriera lontana dai tumulti che agitano la nazione che sta per nascere; una donna dallo spirito irrequieto e temerario. Vive in una casa tra i calanchi lucani diventata un rifugio per ribelli in cerca di una nuova vita, per ragazze selvatiche e uomini dalla forza mozzata. Quando arriva l’industrializzazione, la Fabbrica piomba nelle loro vite mutandone per sempre il destino. Negli anni del dopoguerra e della corsa all’energia, una giovane antropologa di nome Ada esplora la Basilicata del sortilegio e del petrolio mentre scopre diverse incarnazioni dell’amore. Muovendosi tra centri di potere e impianti d’estrazione, Ada si ritrova invischiata in un Sud perturbante che rivoluziona il corso della sua esistenza. Cento anni più tardi, la Lucania è diventata la base per la colonizzazione della Luna: da qui partono le navicelle dell’Agenzia Spaziale Mediterranea dirette al Mondo Nuovo. In questo insediamento avveniristico, si trova A, una donna solitaria e libera che ridà vita a oggetti non più desiderati. Nel suo passato c’è stato un marito, ma anche il bisogno di andare lontano; nel suo presente, la voglia di conciliarsi con l’idea della fine. Illuminato da lampi e accensioni improvvise, Missitalia (La nave di Teseo) è un romanzo che, di fronte alla Storia, sceglie di raccontarne una propria: è una feritoia sulle possibilità taciute o soltanto immaginate del tempo. Dopo il successo internazionale di La straniera, tradotto in 25 paesi, Claudia Durastanti torna con un romanzo percorso dalle figure magiche e sfuggenti di tre donne, unite da una rete di corrispondenze invisibili, tra epoche antiche e future, dentro a un Meridione che diventa Terra: quella d’appartenenza ancestrale e il pianeta che osserviamo da lontano, guardando tutto quello che potremmo essere, attraverso una scrittura oltre ogni confine.

mercoledì 8 maggio · ore 21,00
angolo terme · teatro parrocchiale · oratorio "g. tovini"

fabio
bucciarelli

the world we live in

Modera luisa bondoni

in collaborazione con:
Fabio Bucciarelli è un fotografo, autore e giornalista italiano di fama internazionale, noto per i suoi reportage nelle zone di guerra e per le sue fotografie che narrano le drammatiche conseguenze umanitarie dei conflitti. Negli ultimi quindici anni, ha documentato rivoluzioni, guerre, carestie ed epidemie in diverse regioni del mondo, tra cui il Medio Oriente, l'Africa, l'Asia, l'Europa e le Americhe. Le sue immagini, contraddistinte da una profonda empatia e da un'estetica personale, lo hanno reso uno dei fotogiornalisti contemporanei più influenti. Bucciarelli ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui la prestigiosa Robert Capa Gold Medal per la copertura della guerra siriana, dieci premi Picture of the Year International, due World Press Photo, il VISA d'Or News, il Lucie Impact Award, il Prix Bayeux-Calvados for War Correspondents, due Sony Award. Nel 2019 è stato nominato Photographer of the Year da Pictures of the Year International. Oggi Bucciarelli collabora con testate internazionali come il The New York Times, Die Zeit, La Repubblica. Parallelamente alla sua attività fotografica, Bucciarelli lavora come reporter per i quotidiani e le riviste nazionali; dal 2009 scrive per Il Fatto Quotidiano. Oltre ai suoi lavori come fotografo e reporter, Bucciarelli cura mostre, ha ricoperto il ruolo di direttore artistico per musei, e conduce masterclass presso università e istituzioni. Fabio Bucciarelli è Ambassador Canon.

martedì 14 maggio · ore 21,00
darfo boario terme · centro congressi - sala blu · via romolo galassi, 30

mario
calabresi

a occhi aperti

Modera stefano malosso

Ci sono fotografie capaci di segnare un’epoca, di lasciare un segno, di sintetizzare mille parole. Immagini destinate a fissarsi per sempre nella nostra memoria e a costruire il nostro immaginario collettivo. Mario Calabresi, giornalista e grande appassionato di fotografia, ha viaggiato a lungo per incontrare gli autori di scatti divenuti ormai iconici e farsi raccontare quali emozioni li avessero attraversati mentre fermavano sulla pellicola un pezzo di Storia. Il fotogiornalismo, come il giornalismo, è fatto di pazienza, dedizione e costanza. Per essere credibili bisogna andare dove i fatti accadono, per vedere, capire e testimoniare. Non può farlo chi si limita a osservare il mondo dall’alto, chi resta distante e distaccato, ma soltanto chi è pronto a calarsi anche nelle realtà più crude, chi si immerge nelle storie correndo rischi: lo sanno bene fotografi come Josef Koudelka, che ha documentato la Primavera di Praga del 1968, Don McCullin, testimone in Vietnam, Steve McCurry, che ha attraversato l’Afghanistan in macerie, Gabriele Basilico, che ha immortalato una Beirut distrutta dalla guerra civile, o Letizia Battaglia che ha mostrato al mondo la crudeltà della mafia. I fotografi incontrati da Calabresi hanno accettato di raccontare i momenti che li hanno definiti, dall’umanità dolente in fuga dai massacri ruandesi ritratta da Sebastião Salgado alle discriminazioni razziali testimoniate da Elliott Erwitt. Così il volume A occhi aperti (Mondadori) diventa un affascinante viaggio nel quale Mario Calabresi attraversa non solo la fotografia, ma gli eventi che hanno fatto la Storia degli ultimi cinquant’anni, ancora oggi vividi e toccanti grazie a uomini e donne che hanno saputo cogliere l’attimo perfetto.

lunedì 20 maggio · ore 21,00
cedegolo · museo dell'energia idroelettrica di valle camonica · via roma, 48

luca
sommi

la più bella
perchè difendere la costituzione

Modera massimo tedeschi

È bella, giusta, poetica, gentile, generosa la nostra Costituzione. È scritta come una poesia ma è rigorosa, non ammette che la si contraddica. Considera tutti i cittadini e le cittadine uguali, dal più povero al più ricco, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di lingua, di orientamento politico, di condizioni sociali ed economiche. Per la nostra Carta costituente tutti devono avere pari dignità sociale e la legge deve essere uguale per tutti. E obbliga la Repubblica a rimuovere tutti quegli ostacoli che impediscano ai cittadini e alle cittadine di avere una vita dignitosa. Non dobbiamo avere paura di niente perché c’è la Costituzione a proteggerci. Luca Sommi è un giornalista e critico che da anni si occupa di politica, arte e letteratura: ha curato programmi televisivi per Rai e LA7, tra questi Servizio Pubblico di Michele Santoro, mentre oggi è autore di diversi programmi per la piattaforma Loft e per Nove, oltre a tenere un corso sul racconto alla Scuola Holden e a dirigere la rivista culturale online ifioridelmale.it. Nel libro La più bella (Baldini-Castoldi) Sommi firma un racconto sentimentale, nel quale ci porta passo per passo a scoprire la bellezza della nostra Carta fondamentale. Per amarla come merita. E per difenderla quando serve.

venerdì 24 maggio · ore 21,00
capo di ponte · pieve di san siro · via pieve di san siro

viola
ardone

grande meraviglia

Elba ha il nome di un fiume del Nord: è stata sua madre a sceglierlo. Prima vivevano insieme, in un posto che lei chiama il mezzomondo e che in realtà è un manicomio. Poi la madre è scomparsa e a lei non è rimasto che crescere, compilando il suo Diario dei malanni di mente, e raccontando alle nuove arrivate in reparto dei medici Colavolpe e Lampadina, dell’infermiera Gillette e di Nana la cana. Del suo universo, insomma, il solo che conosce. Almeno finché un giovane psichiatra, Fausto Meraviglia, non si ficca in testa di tirarla fuori dal manicomio, anzi di eliminarli proprio, i manicomi; del resto, è quel che prevede la legge Basaglia, approvata pochi anni prima. Il dottor Meraviglia porta Elba ad abitare in casa sua, come una figlia: l’unica che ha scelto, e grazie alla quale lui, che mai è stato un buon padre, impara il peso e la forza della paternità. «L'amore è incomprensibile, una forma di pazzia»: con la sua scrittura intensa, originale, piena di musica, nel romanzo Grande meraviglia (Einaudi) Viola Ardone racconta che l’amore degli altri non dipende mai solo da noi: è questo il suo mistero, ma anche il suo prodigio. Dopo il successo internazionale di Olivia Denaro e Il treno dei bambini, il nuovo lavoro di un’autrice amatissima, un magnifico romanzo di formazione nel quale protagonista è il bisogno tutto umano di essere riconosciuti dall'altro, per sentire di esistere.

sabato 25 maggio · ore 21,00
pisogne · chiesa santa maria della neve · via della pace

michela
marzano

cedere non significa consentire

Quand’è, esattamente, che l’altro smette di ascoltare? Quand’è che non si viene più viste, che le nostre parole vengono ignorate, che il “no” viene letto come un “sì”, e che la persona che ci è accanto decide che siamo consenzienti anche se non abbiamo mai esplicitamente acconsentito oppure abbiamo sussurrato: “non ora”, “non qui”, “lasciami”? Il consenso nelle relazioni sentimentali non è come quello che si può dare a un atto medico. In ambito sessuale, non si tratta solo di dire sì o no, si tratta anche di poter (e voler) acconsentire, senza fermarsi al comodo involucro di una parola pronunciata in un preciso istante, come un oggetto che passa da una persona all’altra, qualcosa di strano, assurdo, che a tratti si può padroneggiare, ma a tratti può anche esserci strappato. Michela Marzano è professoressa di Filosofia morale, ha diretto il Dipartimento di Scienze sociali presso l’Università Paris V René Descartes. Si occupa dello statuto del corpo e della condizione umana nell’epoca contemporanea: dopo aver approfondito in particolare il rapporto tra etica e sessualità e le forme del potere biopolitico nelle organizzazioni aziendali, si è da ultimo dedicata alla questione dell’amore. Tra i suoi libri in italiano, Il diritto di essere io (Laterza), Non seguire il mondo come va. Rabbia, coraggio, speranza e altre emozioni politiche (Utet), L’amore che mi resta (Einaudi) e Idda (Einaudi) Il suo ultimo volume è Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa (Rizzoli).

martedì 28 maggio · ore 21,00
gianico · teatro parrocchiale · via roma, 28

jennifer
guerra

il feminismo non è un tabù

Modera nadia busato

in collaborazione con:
Oggi a un’adolescente basta aprire Instagram per imbattersi in riflessioni femministe (o pseudofemministe), risparmiandosi la necessità di unirsi a un collettivo o a un gruppo di autocoscienza. Brand di abbigliamento si improvvisano femministi e producono magliette in serie con frasi inneggianti al girl power. Pagine social e piattaforme digitali graficamente accurate alternano post o storie motivazionali a inserzioni pubblicitarie. Innumerevoli servizi immateriali propongono corsi sull’empowerment, sulla valorizzazione femminile, su come rendere più women friendly il proprio business. Inoltre l’ossessione recente per le celebrity femministe promuove l’idea che un certo tipo di femminismo sia da mettere in soffitta per fare spazio a un femminismo nuovo, egemonico, che nasconde sotto il tappeto i pensieri più radicali e si fa portatore di valori positivi, anche se profondamente contraddittori. Un femminismo addomesticato, affine agli interessi di politici e aziende, è davvero femminismo? Ma soprattutto questa versione mainstream è una variante del femminismo o una strategia del capitalismo? Il femminismo non è un brand (Einaudi) è il nuovo saggio, acuto e tagliente, firmato dalla scrittrice e giornalista Jennifer Guerra, che ci mostra come la recente riemersione del soggetto politico femminista in un paradigma economico che non si fa scrupoli a capitalizzare i temi sociali in nome del profitto ci pone oggi di fronte a delle sfide nuove. Il primo nodo da sciogliere è se le aziende e i marchi si meritino il «patentino» del femminismo e il secondo, forse ancora più impegnativo da sbrogliare, riguarda l’influenza che la nuova postura della brand identity esercita sulla pratica femminista. Per tentare di dare una risposta a queste domande, è necessario capire come si è arrivati a questo punto.

giovedì 13 giugno · ore 21,00
paspardo · centro polifunzionale · piazzale padre marcolini

barbara
bernardini

dall'orto al mondo
piccolo manuale di resistenza ecologica

Modera elena turetti

Un anno di coltivazioni, di tentativi e di sperimentazioni in un piccolo orto domestico: il libro Dall’orto al mondo (nottetempo) parte dall’arrivo della primavera, dalla preparazione del terreno per la semina, attraversa la progressione delle stagioni e si chiude con la fine dell’inverno, quando la vita torna al silenzio e al riposo, all’attesa per un nuovo ciclo. Ma non si tratta solo di un diario delle coltivazioni. Per quanto piccolo, l’orto di Barbara Bernardini, autrice che cura la newsletter Braccia Rubate che parla di orto e lune nuove, è il luogo dove si innestano riflessioni sulla crisi ambientale e climatica, e in cui irrompono i suoi effetti, ed è il luogo dove recuperare un legame con la terra, necessario per immaginare il nostro futuro. Dall’orto al mondo è un libro sincero e combattivo. Dedicato a chi ha un orto, a chi sogna di metterne su uno un giorno, a chi scoprirà di avere un pollice verdissimo e soprattutto a chi, pur provandoci, non riuscirà mai neppure a far germogliare un fagiolo nell’ovatta. A chi immagina “un campo liberato in cui ci sia spazio per aspettare che due nuvole lontane si incontrino spinte dal vento, per osservare il naso minuscolo di un neonato, per disegnare bozzetti di suddivisione degli ortaggi pianificandone la rotazione, finendo poi per perdere ogni pretesa progettuale e divagare in scarabocchi di foglie e fiori e rami che si allungano fuori dalle linee degli schemi e dai bordi delle aiuole, mescolando fra loro inizio e fine, estate e inverno, desideri che si spengono e realtà che sorprendono”.

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